Come mandare a quel paese Splinder e vivere felici.

UPDATE 30/11/2011: Dada si è costituita e ha confessato, Splinder chiude il 31 gennaio 2012. Tutto quello che è scritto in questo posto è diventata mera chiacchiera da bar ormai, dal momento che hanno avuto la delicatezza di offrire un servizio di esportazione automatica (Blog > Configura > Esporta blog e attiva redirect) che vi risparmierà il 90% di tutta la manfrina ovviamente non funziona perché usa un formato che non è riconosciuto da WordPress, quindi le istruzioni qui sotto valgono ancora. Fate il vostro bel post di addio e arrivederci diosadove.

Questo lo devo ai tanti poveri splinderiani che, ignari del futuro dei loro blog, vorrebbero volare per altre mete ma non vanificare tanti anni di masturbazioni mentali.

[Sì, lo ammetto, la parola masturbazione è stata inserita appositamente per attirare di nuovo le ricerche onaniste sui soliti post.]

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Non ci sono perché sto cercando finalmente di leggere un sacco di libri interessanti, come questo.

Comincia a mettere in discussione l’autorità.

Questo non vuol dire ribellarsi a, rovesciare o ignorare l’autorità. Significa ascoltare cosa la figura/organizzazione autoritaria ti dice e scorgerne le vere motivazioni. Come qualsiasi artista della truffa sa bene, la prima cosa da fare per far sì che qualcuno faccia quello che vuoi è nascondere le vere motivazioni, dando l’impressione che sia per il loro bene. Mettere in discussione l’autorità, quindi, significa nient’altro che chiedersi come la figura o organizzazione autoritaria trarrà beneficio da quello che ti chiedono di fare.

Ci sono tre possibili motivi per cui una figura o organizzazione autoritaria ti chiederà di fare qualcosa:

  • È davvero per il tuo bene.
  • È tutto quello che sanno al momento.
  • È per il loro bene, non per il tuo.

I genitori, per esempio, non dicono certo ai bambini di mangiare verdura perché vogliano torturarli o farli sentire infelici, ma perché seguire una dieta equilibrata è buono per loro, indipendentemente da quanto le rape o gli spinaci possano essere brutti da mangiare. Allo stesso modo, i governi informano i cittadini su come sopravvivere ai disastri naturali o evitare pericoli quando si viaggia all’estero, perché queste informazioni sono davvero finalizzate alla sopravvivenza. I genitori possono avere anche un tornaconto nel volere i propri figli più sani, dal momento che una carota o un sedano costa meno di un hamburger con patatine, ma i motivi economici sono secondari rispetto alla salute dei propri figli. Allo stesso modo, i governi traggono sicuramente beneficio nell’accertarsi che i cittadini che pagano le tasse restino vivi (e paganti), ma questo è secondario rispetto al motivo principale, quello della pubblica sicurezza.

Più spesso di quanto si ammetta, le autorità hanno a cuore il bene comune, ed ecco perché ribellarsi a prescindere contro qualsiasi forma di autorità è controproducente: se per esempio ignorassi il semaforo rosso per protesta contro l’ingerenza dell’autorità, finiresti per fare un incidente d’auto che causerebbe danni a te e agli altri, piuttosto che all’autorità.

Ma ovviamente, le figure o organizzazioni autoritarie non sono sempre così pure di cuore nelle loro intenzioni, e questo è il motivo per cui è importante mettere in discussione l’autorità. Altre volte, semplicemente, le autorità non hanno idea di quello che stanno facendo, e perciò se segui i loro ordini a prescindere sarai tu a pagarne le conseguenze, non loro.

Per esempio, quando il governo statunitense espose i soldati alle esplosioni atomiche negli anni ’50, non avevano certo intenzione di lasciare che i soldati morissero di leucemia dopo alcuni anni. A quel tempo i governi stavano studiando gli effetti dell’atomica sulle forze armate tradizionali, perciò presero le precauzioni che ritenevano necessarie per garantire la sicurezza dei soldati. In questo caso, i governi agirono per pura ignoranza. Tuttavia, il fatto di nascondere in seguito i risultati dei test per evitare di accollarsi la responsabilità di quanto accadde ai soldati fu evidentemente intenzionale e maligno. L’ignoranza può essere scusata solo se accompagnata da un’assunzione di responsabilità, ed è qualcosa che alcune autorità non fanno mai. Dovresti sempre chiederti non solo cos’è che l’autorità ti chiede, ma prima ancora chi è che ha l’autorità per chiedertelo e perché.

Ancor più spaventoso è quando le autorità agiscono puramente a loro beneficio, nel momento in cui finiscono per rubare, torturare o uccidere. [...] Le aziende del tabacco possono spendere quanto vogliono in pubblicità anti-fumo, ma continuano pur sempre a fare affari vendendo sigarette. Gli Stati Uniti possono sentirsi giustificati nell’usare la forza militare nel promuovere la democrazia in Iraq, ma stranamente deve ancora mandare i Marines a promuovere la democrazia in Arabia Saudita. I radicali islamici possono portare avanti una lotta contro le dittature pro-Occidente, ma intanto fanno esplodere musulmani innocenti con le loro autobombe. Madre Teresa potrà pur aver fatto qualcosa degna di biasimo, ma nessuno può negare che abbia provato a fare del suo meglio. [...]

Troppo spesso le buone azioni nascondono cattivi intenti.
Ecco perché devi sempre mettere in discussione l’autorità.
Se non lo fai, diventi parte del problema.
O, come si direbbe in tribunale, un complice.

(Liberamente tradotto da: Wallace Wong, Steal this computer book 4.0, 2006)

A brief history of a generation.

When we were young, they used to tell us: «Better you study, son, or you’ll be nobody in your life».

So we did. After having spent years studying hard, they said: «Don’t you know that a degree is just a useless sheet nowadays? You should have rather learned how to work!».

So we did. After having learned some profession, they told us: «What a pity though, all that study just to learn a such a crappy job?».

We were sick of it, so we gave up.
But since we gave up, we got left without a cent.
So we started to hope again, hopeless.

At the beginning we were too young and without any experience. After just a while, we were already too old, with too much experience and too many qualifications. But eventually we managed to find a job anyway. Piecework. Non-payed annual leaves, no illness, no Christmas bonus, no severance indemnity, no trade unions, no rights. We struggled to defend that non-job. We had no children, for an obvious sense of responsibility, and we grew up.

Hence they told us, looking down to us from their wealthy jobs easily found in the 60s with just a scrap of diploma or even less (when life was really easy-winning): «You spoiled mummy’s boys, when will you grow up and have your own family?». And in the meantime we payed their retirement pensions, while definitely saying farewell to our ones.

So we reproduced, but then they told us: «How so? You bear children without any certainty, any job with a permanent contract? Don’t you feel irresponsible towards them?».

At that point we couldn’t kill them, I guess.

So we emigrated.
We went somewhere else, looking for a safe place somewhere in the world.
We found it. We felt fine. We felt home. Finally.

But one day, in the moment we wouldn’t really expect it, the “Italia system” failed, and everyone got screwed.
Hence they told us: «Why haven’t you done anything to prevent it?».

At that point we couldn’t do anything else.

«Fuck off!», we replied.

(translated from: Torto O.G., Breve storia di una generazione)

La soluzione delle soluzioni è qui.

Bene.

Sappiamo tutti che il peggio nemico del ventunesimo secolo non è l’AIDS, né l’influenza aviaria, né tantomeno questa patetica H1N1. Beh, a pensarci bene, nell’ultimo caso il nemico c’è ed è il vaccino, ma tant’è. Il vero nemico del ventunesimo secolo è autorun.inf.

Nata con Windows 95 per rendere i CD dei videogiochi e altre simili porcherie a prova di idiota, la funzionalità AutoPlay si è rivelata una manna dal cielo quando si è scoperto che si poteva applicare anche alle chiavette USB: ormai il floppy è morto e quasi sepolto, e con lui anche gli allora temutissimi virus che si annidavano nel settore d’avvio (il principio era semplice: inserendo il floppy, il computer doveva leggere per forza il boot sector, e – tac! – ciappa il virus!). Adesso invece i virus si avviano con stratagemmi molto arguti in questi nuovi supporti removibili, sfruttando sia l’utonto che il navigato.

Ora, è ovvio che la soluzione principale per proteggere il proprio computer è – a parte avere un po’ di sale in zucca – disabilitare la funzionalità di AutoPlay, così che il proprio Windows non vada a seguire le istruzioni dettate nel file autorun.inf e, di conseguenza, le chiavette USB infette diventino magicamente portatrici sane di schifezze. Certo, sempre che uno non vada proprio a cercare l’eseguibile col lanternino.

Ma come evitare che la propria chiavetta possa diventare, a sua volta, un crogiuolo di porcate subito dopo averlo messo nel computer del collega?

Si tratta di un trick tanto semplice quanto efficace: creare una cartella autorun.inf.

I presupposti sono tre:

  1. Ad una cartella posso dare qualsiasi nome voglia, figuriamoci se "autorun.inf" darebbe problemi;
  2. Il virus potrebbe sovrascrivere un file, ma non una cartella;
  3. A Windows non gliene frega più di tanto se il file autorun.inf non è un file leggibile.

Come fare?

  1. Inserire la chiavetta USB;
  2. Ok, sarà sicuramente piena di schifezze: scopri come pulirla, perché non è compito di questo memo;
  3. Aprire il Prompt dei comandi (Start, Esegui…, cmd, OK);
  4. Scrivere X: dove X è la lettera corrispondente alla penna USB (sarà F?);
  5. Scrivere mkdir autorun.inf (se non funziona significa che c’è già, tonto!);
  6. Scrivere attrib +s +h +r autorun.inf per renderlo file di sistema, nascosto e di sola lettura;
  7. Fatto!

La prova del nove sarà andare dal collega col computer impestato di minchiate fino al midollo, inserire la penna USB e poi tornare sul proprio computer (dove avrete avuto l’accortezza di disabilitare l’AutoPlay, spero) per vedere se compaiono strani file nascosti. Per scoprirlo basta vederli ordinati per data, usando il comando dir /A /OD dopo il punto 4. Se tutto va bene, anche se ci saranno strani file, la cartella autorun.inf continuerà ad essere un’innocua cartella.

Ovviamente "la soluzione delle soluzioni" è una chimera. Basta che il virus si prodighi di cancellare la cartella autorun.inf e potrà benissimo creare un nuovo file. Ma attualmente è un’eventualità rara, e il punto 6 dovrebbe dare una mano ad evitare che accada.

Mi sento un geek molto old-school, devo ammetterlo.

How to fake Windows XP Service Pack 2.

If you use Windows Server 2003 with Service Pack 2 like a workstation (as described in many nice tutorials like this) you can be quite sure that all applications designed for Windows XP could run without problems.

However there is a number of applications which refuse to install as designed for Windows XP with Service Pack 2 or later. A similar problem also exists with application which refuse to install over Winsrv2k3 on a x64 platform, while they would install without any problems on WinXP x64.

You can try to trick out these install programs by using a little utility called Application Verifier by Microsoft. Just download and install the correct version (if unsure, choose ApplicationVerifier.x86.msi).

Once installed, do as follows:

  1. Start Application Verifier;
  2. Go to File then Add Application (or press CTRL+A);
  3. Choose the .exe file that you want to trick (eg. setup.exe);
  4. From the Tests pane on the right, deselect all items;
  5. Expand Compatibility and tick HighVersionLie;
  6. Right-click on HighVersionLie and select Properties;
  7. Put the following values then press OK:
    Setting HighVersionLie on Application Verification

    • Major version: 5
    • Minor version: 1
    • Build number: 2600
    • Service pack major: 2
    • Service pack minor: 1
    • Suite mask: 0
    • Product type: 1
    • CSD version: (leave empty)
  8. Click on Save;
  9. While Application Verifier is still running, start the application.

When the application will call the GetVersion of GetVersionEx API function, it will return the fake values (in this case 5.1.2600 SP2.1, ie. Windows XP Professional SP2).

This works without problems for Adobe Photoshop CS3 setup program, as described in this article. Some other programs may use additional checks, such as AVG Antivirus, and hence they won’t work anyway.

For further details on parameters you could use to fake other Windows versions and/or platforms, please refer to OSVERSIONINFOEX structure on this MSDN article.

Se non ci fossi io, staremmo tutti su Facebook a scrivere le note e taggare gli amici nelle pose più imbarazzanti.

Devo ammetterlo.

C’ho il blocco dello scrittore.

Che poi, parliamone, non che sia chissà che scrittore. Alla fine sì, ovvìa, ci si incontra fra parole al bar a fare una partita di Magic e sfumacchiar spini, come nel libro di Vanni [no, cazzo, non sto scopiazzando, ma che volete se ormai è da un mese che sto leggendo solo quel libro?], eppoi uno decide di fare un gioco tipo Twister, e le parole cominciano ad incrociarsi tra loro, o scombinarsi in modi inconsueti e anche un po’ preoccupanti (tranne le coppiette sbaciucchiose, che – ovviamente – si spostano in blocco… si sa com’è l’ammòre).

E le parole sono lì, mica vanno via, aspettano solo che arrivi il cronista e prenda appunti, scribacchi, rielabori, eccètera eccètera. E le parole, caro amico mio, si son rotte le palle di star lì ad aspettare, e in qualche modo dovranno venir fuori. Non cercare di inventarti qualcosa di originale, fai come hai sempre fatto: scrivi di getto, e vedrai quante parole verranno fuori! [Sì, lo so, sto facendo metascrittura, probabilmente siamo ancora all'inizio... e comunque l'ha fatto pure Calvino, quindi non faccio nulla di male!]

Il problema è quello. Mica non mi vengono le parole. Non mi viene il tempo. E quando il tempo vien fuori, la memoria fa cilecca. Perché, anche se le cose vengon fuori di getto, ci vuole tempo per scriverle, no? Prima di tutto ci vuole questo, un sacco di tempo per scrivere tutto quello che mi vien da scrivere. E io son velocissimo a scrivere. Vent’anni di digita-digita servono, no? Quindi il problema vero è che bisogna smaltire prima di tutto un casino di roba.

Ecco, è questo: un bidone pieno di informazioni che, come dissi una volta [ecco, adesso mi toccherà cercare il link di quel commento infognato in chissà quale post di chissà quanto tempo fa in cui spiegavo già a FrancesGlass questa cosa [ecco, adesso mi toccherà linkare pure "FrancesGlass"] e metterlo al posto di "una volta", per la mia maledetta smania di far sempre le cose precisine], sono come dei piccoli demoni, alcuni semplicemente dispettosi, di quelli che punzecchiano e prudono come le punture di zanzare, altri invece veramente incazzusi e che scalciano come un feto.

Poi ci vuole altro tempo ancora per capire che la maggior parte delle cose che ho appena scritto sono assolutamente inutili in quanto [please choose your option]: pleonastiche, ridondanti, superficiali, non descrittive, non espressive, sgrammaticate, fuorvianti. Eccètera eccètera. Ora, non è che non mi piaccia quello che scrivo. Anzi, a me scrivere "eccètera eccètera" piace pure assai. Ma, dài, uno non è che si può ammorbare a leggere una scriptio continua di puttanate. Il succo è più buono quando è concentrato (temo che mi pentirò di questa metafora) [Capito? Siamo arrivati alle metafore! E intanto i paragrafi crescono in numero spropositato... Però, giustamente, lo stronzo si giustifica con un:] Ma questa bella mondatura oggi non la faremo, miei cari, perché non ho il tempo. Chiaro? Non ho il tempo! Già è un miracolo che sia riuscito a scrivere tutto questo, ringraziate e che vi basti per un mese!

Ma io, diciamolo, non scrivo mica per voi.
Anche perché bisogna vedere chi siete voi.
Ecco, bravi: chi siete? Che volete? Perché siete qui? Apprezzate questo imbroglio di parole? Vi è piaciuta la foto da cappellone sgualcito? Volete cercare di estrapolare un po’ di cazzi miei? Se dovessi scrivere per tutti voi per accontentarvi impazzirei. Alla fine si tratta semplicemente di giocare le parole e le emozioni, così che voi siate contenti di leggere qualcosa di piacevole, e io mi senta soddisfatto di aver svuotato un po’ ‘sta discoteca di parole tunzettare che continua a rimbombarmi in testa.

Eppoi, signori:
la conclusione!

La conclusione che non può arrivare, perché se davvero arrivassi ad una conclusione scrivere non avrebbe già più un senso.

La conclusione di un discorso è già di per sé l’apertura di un altro.
E così via, fino alla morte.

E su questo forse non ci si può far nulla, a meno che uno non decida intenzional

Virus (aka: sì, c’era un barlume di speranza, ma anche lui mi sa che è in vacanza).

- Ho perso il lavoro.
- Nun te preoccupà, ‘o ritrovamo… ‘ndo t’o si perso?
- L’ho perso al ministero.
- Embè? ‘O ritrovamo! Quanto po’ esse grosso ‘r ministero? ‘O mettiamo sottosopra e ‘o ritrovamo.
- Ho perso pure tutti gli amici.
- Nun te preoccupà: li ricchiappamo, li ricchiappamo tutti. Cerca de fa mente locale de ‘ndo t’i si persi…
- Ho perso anche la fiducia, la fiducia nel prossimo, l’ho persa.
- Tranquillo: ritrovamo pure quella. Io sto a fa’ a lista; hai perso: lavoro, amicizia e fiducia… ritrovamo tutto.
- Ho perso anche la fede.
- Ecco qua: aggiungo io! Se ritrova, basta ricostruì gli ultimi movimenti. Su, ottimismo!
- L’ho perso l’ottimismo!
- E che ce vo’? E ‘ndo t’i si… ‘ndo t’i si perso? Tu ti devi fa’ sempre ‘sta domanda: ‘ndo stavo? che facevo? che movimenti facevo… ritrovamo tutto!
- Ho perso pure l’entusiasmo
- Ecco qua, aggiunto: entusiasmo. Guarda, ce sta da lavorà, ce sta da lavorà perché i posti so’ tanti, però ritrovamo tutto!
- E l’ultima cosa… me so’ perso i soldi
- Eh… e qua, amico mio, non ritrovamo proprio ‘n cazzo.

(Antonio Rezza, Virus, ITA 1996)